Discorso sul metodo: Darwin nell’era di Youtube

Lo specchio si schiude, sboccia il chiarore delle vesti di Violetta, dal buio sguscia il corpo abbandonato. Come nel sovrapporsi di una diapositiva, sotto Violetta palpita un’altra immagine: i primi fotogrammi di Shame (2011) di Steve McQueen. Stessa ripresa dall’alto, stessa breve immobilità che fa delle stoffe un motivo pittorico, medesimo richiamo a una sessualità appena consumata o pronta a consumarsi. Qualche momento più tardi il palcoscenico è affollato di invitati, gli specchi ne moltiplicano la vivacità e i brindisi, infine Violetta è sola davanti al proprio riflesso: vi rivedo certi spazi di Elsinore così come li ha immaginati la produzione BBC di Hamlet (2009), dove le traiettorie dei personaggi sempre si concludono di fronte a uno specchio – persino nel nero, lucido pavimento della sala del trono.

Michael Fassbender in “Shame” (2011) di Steve McQueen

Violetta si carica dunque del tormento del protagonista di McQueen e dell’inquietudine del principe di Danimarca: faccio esperienza de La Traviata attraverso altre esperienze. Annidate nella retina, le immagini più potenti sono pronte a balzare in primo piano, sovrapporsi a quelle presenti, confonderle e restituirle già mutate, già nuove, più potenti ancora. Non è soltanto Violetta che cambia: cambia anche Brandon di Shame e cambia Amleto – l’esperienza ha un effetto retroattivo e il suo contagio trasforma il passato quanto il futuro.
Se accolgo questa trasformazione – se ne ho fatto la chiave del mio contributo a Verdi Web – è anche nella consapevolezza che la stessa Traviata è il risultato di una conversione. Romanzo di Alexandre Dumas prima che opera, e altre orchestre e altri registi, altri spettatori e altri cantanti prima di questa particolare produzione all’interno di Ravenna Festival. Non è un punto isolato nello spazio: è un vertice di innumerevoli traiettorie.

Quali possibilità ha La Traviata, che arriva a noi dall’ormai lontano 1853, di sopravvivere nel fiorire d’altri scandali e altri amori letterari e cinematografici? Che spazio rimane per l’opera e per il teatro quando abbiamo il 3D? Viviamo un’era in cui la visione è dichiaratamente multipla, stratificata. È il trionfo dell’ipertesto e del social network, l’epoca di Youtube e Twitter: condividiamo e linkiamo, forse senza realizzare che creare collegamenti fra differenti contenuti e condividerli è la forma primaria con cui l’essere umano fa esperienza fin dall’alba della specie. Ed è il lavorio costante su cui fondiamo una cultura.
Fra milioni di altre immagini, di altri suoni, La Traviata non solo sopravvive, ma ha vita nuova e potente perché, come accade ai capolavori, è in grado di superare se stessa, di significare oltre se stessa. Si piega all’egocentrismo supremo dello spettatore e ne accoglie l’esperienza, permettendoci di farla di nuovo nostra, di sentirla attuale, presente, ancora in grado di parlarci e commuoverci.

David Tennant in “Hamlet” (2009), diretto da Gregory Doran per la Royal Shakespeare Company

È qualcosa che non avviene senza impegno, ovviamente. Ci vuole la sensibilità degli addetti ai lavori per scoprire la potenzialità del passato, per riportarla in superficie, finanche per aiutarla con la tecnologia attuale. La spazializzazione del suono, il light design di Vincent Longuemare, l’uso di elementi della videoarte non sono capricci o mosse commerciali – sono atti di trasformazione su La Traviata, Rigoletto, Il Trovatore. E non c’è eresia, non rifiuto o negazione del passato e della tradizione, ma fedeltà al principio che governa la produzione artistica, di ogni campo e di ogni tempo: è una legge di conservazione della massa culturale, per cui nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma – e mi perdoni Lavoisier per la parafrasi.
Esiste un darwinismo della cultura, una lotta per la sopravvivenza e il successo contro l’oblio delle generazioni ed è una lotta che vince solo ciò che sa cambiare, essere nuovo pur vecchio di secoli. Quel che è impermeabile al cambiamento si spacca come creta al sole e si fa polvere presto rapita dal vento delle novità. Ma, come i cantieri aperti delle cattedrali gotiche, un capolavoro può sempre crescere, può sempre innalzare un pinnacolo dopo l’altro, aprire una nuova navata, nutrirsi dello sguardo degli spettatori – persino la pietra può essere viva e gettare frutto.

Noi giovani scrittori, fotografi, videomakers siamo parte integrante e attiva di questa trasmutazione – non prendiamo nulla senza trasfigurarlo e condividerlo. Forse è questa qualità sovversiva del nostro lavoro che induce il Paese a lasciarci poco spazio, Paese dove si preferisce il trasformismo alla trasformazione e dove iniziative come Verdi Web sono rare, e per questo ancor più preziose.

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