TRILOGIA D’AUTUNNO – SINFONIA D’AUTUNNO

VERSO IL CENTRO
Pelle tesa sulle ossa, viso rigato di cenere e capelli come paglia secca.
Il ragazzo vestito dei suoi stracci percorre Via De Gasperi in una corsa sincopata,
strappi nelle gambe mentre rasenta i muri, mescolandosi con le ombre degli edifici per
paura dei cecchini.
Riduce il suo passaggio a un fruscio sommesso e alza la testa verso le finestre
sventrate dei piani più alti. Tra un respiro e l?altro, cerca il luccichio furtivo di un mirino.
Se lo vedesse però, sarebbe già troppo tardi e lo sa. Uno sparo, netto come un ramo che si
spezza, poi il suo cervello sparso sulla strada in una secchiata umida. Lo sa. L?ha visto
succedere troppe volte, flash che si sono cristallizzati nella sua memoria in una galleria di
echi e grumi rossi.
A questi pensieri i battiti del suo cuore accelerano ulteriormente, sembrano
rimbombare nell?aria immobile e muta, quasi a volerlo tradire rivelandone la presenza, ma
non c?è nessun proiettile in viaggio per baciargli il cranio ora che davanti a lui si apre
Piazza Caduti: solo il palazzo della Provincia decapitato con la facciata riversa al suolo,
mucchi di detriti, asfalto punteggiato di bossoli che brillano maliziosamente.
Il ragazzo si appiattisce dietro un pilastro mangiato dai colpi di mitragliatrice.
Rimane immobile, sente il sangue rimbombargli nelle orecchie mentre i minuti sfilano
senza fretta, accumulandosi finché avverte il freddo del marmo penetragli nelle mani,
allora prova a sporgersi oltre lo spigolo scheggiato. Piano, un millimetro alla volta,
ispezionando la piazza con un?occhiata lenta che diventa ben presto un guizzare
impaziente tra le ciglia. Niente. Niente tra il cemento e il metallo che ingombrano le strade.
Nessuno in vista, nessun riflesso di una canna di fucile in agguato.
Prende aria in un risucchio rapido e corre fuori, testa bassa, attraversa in apnea gli
asterischi arrugginiti degli sbarramenti anticarro, taglia l?aiuola scansando
i tronchi dei pini abbattuti. Le scorie che calpesta tintinnano come campanelle
quando si infila sotto la protezione dei portici di Via Corrado Ricci e cerca di
non guardare la distesa di ossa carbonizzate che incrosta la spianata di Piazza
San Francesco, ma il suo naso capta ugualmente una zaffata fuligginosa e dolciastra.
Continua a correre con lo stomaco strizzato, le labbra arricciate sui denti,
lasciandosi dietro le scarpe schegge di vetro, di legno, grovigli di vestiti e altra
roba informe che sembra vomitata fuori dalle vetrine infrante dei negozi.
Gira a destra in un puro automatismo: altra distruzione in tranquillo
disfacimento, assi divelte, mobili laccati, valigie ancora chiuse.
I portici finiscono bruscamente e lui rallenta, prende fiato sotto il cielo grigio, luce
impietosa che gli cola addosso. È allo scoperto ma in una zona sicura, che conosce bene.
La sede delle Poste è una voragine annerita alla sua sinistra, la statua di Garibaldi
abbattuta nel parcheggio deserto, il Teatro circondato da muretti di sacchi di sabbia sgonfi
e logori. Il ragazzo avanza sicuro verso il Teatro, aggira le barricate lasciando orme sui
rivoletti di sabbia di cava e insinua il suo corpo magro tra due lastre di ferro macchiate e
deformate che proteggono l?Ingresso artisti. Bussa cinque colpi con una cadenza
prestabilita. Il portoncino interno viene socchiuso rivelando uno spiraglio di buio.
Il ragazzo entra.

PREVENDITE
“Allora?”
“Che hanno detto?”
“Quanti sono?”
Tutti si accalcano intorno a Fabri desiderosi di notizie, frusciandogli addosso con i
vestiti di scena, ma il Custode li spinge via. “Lasciatelo respirare!” dice, poi lo guarda negli
occhi che sono ancora spalancati e fissi, e gli chiede: “Tutto ok?”.
Fabri scuote la testa su e giù, allora il Custode gli porge il bloc-notes mentre da una
tasca recupera un mozzicone di matita. !Fabri li afferra e scrive in fretta, restituendo il
blocco al Custode che legge ad alta voce in modo che tutti possano sentirlo: “Quelli della
zona del Mercato e dell?Ospedale verranno. Ci sono anche quelli del Borgo San Rocco.
Dalle parti del Gallery non ho trovato nessuno, molte case sono saltate in aria e bruciate”.
Fa una pausa guardandosi in giro poi aggiunge: “Ecco cos?erano quei colpi che abbiamo
sentito due giorni fa”.
Il Padre di Alfredo mormora: “Bene”.
“Qualcuno verrà”, dice Flora. Gli altri annuiscono, mentre il Regista li esorta a
tornare sul palco per un?altra mezz?ora di prove. Rimasti soli, il Custode dice: “Sei stato
bravo, era un percorso molto pericoloso”. Fabri alza le spalle. “Ora cerca di dormire un
po?”. Fabri si riprende il bloc-notes per scriverci: “non ho sonno”, ma il Custode gli spiega:
“Ci servono nuove batterie per alimentare i riflettori e stanotte usciamo a prenderle. Ho
bisogno che tu sia fresco e riposato”.
Fabri allarga le braccia come per dire va bene, si allontana nel corridoio e sale le
scale verso il suo materasso sul pavimento del Quarto ordine.

SOGNARE TE STESSO
Sono immagini consumate, servite sull?argento freddo dei ricordi e come in una
giostra inesorabile sono sempre le stesse.
L?esercito si è appena ritirato, trascinandosi dietro vortici di foglie secche e
cannonate, un altro esercito assedia la città in una morsa d?acciaio. Gli elicotteri ronzano
rasoterra sventagliando le mitragliatrici, le granate fischiano prima di cadere sulle piazze.
La TV e la radio crepitano di una tregua, di fosse comuni e di aiuti umanitari; dopo che
l?elettricità è stata tagliata, le notti cieche sono striate dei traccianti della contraerea, luci
che fanno impallidire qualsiasi capodanno.
Tu sei felice per quanto si possa esserlo in quell?autunno di bombe. Sei con i tuoi
genitori, vivete asserragliati in un appartamento con le finestre oscurate, leggete libri e
uscite solo per cercare cibo nei supermercati saccheggiati.
Di ritorno da una di queste spedizioni, siete carichi di scatolette e conserve. Tuo
padre è in testa e lo vedi inciampare in qualcosa di invisibile, forse tua madre intuisce
qualcosa (filo di innesco, mina) perché ti spinge via con forza, all?indietro.
Mentre cadi al rallentatore puoi vedere il lampo bianco che cancella i tuoi genitori.
La bolla di fuoco ascende facendo roteare pezzi di latta, stoffa. Una scarpa di tua madre
cade giù e rimbalza sull?asfalto chiazzato di nero. Per migliaia di minuti senti solo lo
schiaffo che il calore ti ha impresso sulla faccia, gli occhi come sassi bianchi. Qualcuno ti
trova, ti abbraccia, ti caricano in spalla e ti portano al Teatro per medicarti. Quando
recuperi l?udito senti parole di conforto, grida, ma non sono le tue.
Tu non puoi parlare, come se miele nero fosse colato nella tua gola, ostruendola.
Non puoi più parlare. Le parole si sfaldano diventando solo vapore.

DIALOGO CAPTATO
Camerino in penombra, spade, armature, e altri oggetti scenici. Gli specchi sono
coperti da pesanti drappi.
Violetta arrochita dalla disperazione:
“Sono mesi che non sono altro che Violetta Valéry, non ricordo nemmeno chi ero
prima!”.
Regista a pugni stretti, occhi distanti:
“Non importa. Oggi sei Violetta, ieri eri Leonora, eri Gilda. È quello che sai fare e
non hai altra scelta che continuare”.
Violetta stringe convulsa i lembi del suo vestito:
“È una follia, una follia! Stiamo recitando qualcosa che è stato scritto duecento anni
fa, quando tutto era diverso, circoscritto. Ora gli argini si sono rotti, tutto il mondo è
diventato dramma e tutto il mondo muore ogni giorno di più.
Il Regista guarda alcuni manichini accatastati:
“Ogni persona che sia mai vissuta ha contribuito, nel bene o nel male, a
quest?ultimo atto. Siamo umani, e abbiamo fallito”.
Violetta col volto deformato si porta le mani al petto:
“Umani? Mandiamo in giro un ragazzino di quattordici anni per radunare degli
spettatori in una città deserta, proviamo e riproviamo finché non crolliamo esausti, la fame
ci scava fino alle ossa. Non siamo esseri umani, siamo spettri. E stiamo scomparendo”.
Il Regista tace.
Violetta in lacrime, trema tra le braccia del Regista:
“Perché dobbiamo andare avanti con questa farsa? Perché non possiamo
semplicemente arrenderci?”.
Il regista con bassa voce di conforto, prende le mani fredde di Violetta tra le sue:
“Dobbiamo continuare, non abbiamo scelta. Non ci sono più barriere tra la tragedia
e la vita vera, tra il palco e il mondo. Siamo membrane tra la luce e il buio, vele piene di
musica e non sappiamo dove stiamo andando, ma ci arriveremo. Ci arriveremo”.

FABRI E IL CUSTODE, IN ANTICIPO SULLA LUCE
Usciamo dal Teatro a notte fonda con gli zaini sulla schiena, come sommozzatori
che si immergono in un mare color inchiostro.
Ci vogliono alcuni minuti prima che gli occhi si abituino all?oscurità, poi il mondo
riappare trasfigurato, delicati tocchi di nero su nero. Faccio segno a Fabri di seguirmi, lui è
una sagoma affilata, sento i suoi passi appena dietro di me. Seguiamo un percorso sicuro,
collaudato, ma stiamo con i sensi all?erta.
Le strade sono canyon di pareti indistinti, in alto scorre il cielo blu profondo e
traforato di stelle. Arrivati in fondo a Via Diaz strisciamo sotto il carro armato dalla
torretta esplosa che ingombra il termine della strada.
Passiamo in mezzo a una polvere che puzza di ferro e polvere da sparo, sbuffando e
arrancando. Il viale della stazione è una prospettiva di rottami, mezzi corazzati
irti di bocche da fuoco, sagome nere e incomprensibili da cui ci teniamo alla larga.
Copriamo la distanza che ci separa dalla stazione con una lunga corsa a piedi felpati e
ci fermiamo sulle banchine dei treni.
La stazione è stata colpita duramente, ridotta a un monticello di calcinacci, mentre
le ferrovie sono interrotte da crateri su cui le rotaie si innalzano come dita ritorte. Le
attraversiamo con cautela. Oltre la palizzata, tutta la Via Darsena è un nastro unico di
auto, i tettucci che si perdono in lontananza.
Non perdiamo altro tempo, entriamo a tentoni nel labirinto di fiancate e portiere
aperte, e Fabri si issa su un Suv per fare da palo mentre io tiro fuori dallo zaino il piede di
porco, la torcia schermata e inizio a forzare i cofani delle macchine. Ne controllo una
cinquantina producendo bassi cigolii. La maggior parte delle batterie sono cubi marci,
corrosi dagli acidi ma ne trovo sei in buone condizioni, le estraggo quasi alla cieca
stringendo la torcia tra i denti e le poso a terra.
Cammino con la schiena piegata su e giù per portarle fino al Suv. Al quinto viaggio
Fabri mi tira per la manica, indicando il cielo. Il chiarore dell?alba si sta avvicinando a tal
punto che riesco a vederlo in faccia, ha gli occhi sgranati, punta con insistenza il dito verso
la darsena. Guardo in quella direzione, verso la luce incerta e grigia che sta filtrando nel
buio. Distinguo bene la nave da guerra incagliata, abbandonata con i cannoni ancora
puntati verso la città, nonostante la foschia che si alza dall?acqua oleosa e poi lo sento. Un
ronzio sottile, estraneo, a malapena udibile. Aerei.
Ci buttiamo sotto il Suv grattandoci le ginocchia sull?asfalto, mentre il suono
ingigantisce, ci passa sopra facendo vibrare le carrozzerie e poi scompare attenuandosi.
Aspettiamo.
Dopo qualche minuto, Fabri mi fa un cenno con la testa: possiamo uscire.
Ci alziamo in piedi nella luce rosata, ci sono cose bianche che scendono lievi dal
cielo, svolazzando come uccelli migratori. È una nevicata silenziosa di turbini di carta,
volantini a quanto pare. Fabri ne afferra uno al volo, lo legge e poi me lo porge. C?è un
grosso titolo in lettere capitali nere: PUNIREMO I TRADITORI, poi segue un testo di
propaganda delirante. Lo accartoccio e lo getto via.
“Aiutami a caricare le batterie”, dico. Sono le prime parole che pronuncio da ore e la
mia voce risulta impastata, incerta. Riusciamo a portare solo quattro batterie, sono pesanti
e quindi ci rallentano nel viaggio di ritorno.
I volantini sono ovunque, pezzi di carta fradici dell?umidità mattutina.

PRIMA E ULTIMA
Iniziano ad arrivare poco dopo il tramonto.
È la gente della città: sono scarni, feriti, vuoti. Vengono accolti nelle viscere del
Teatro, rosso e nero materno, foderato di silenzio. Il Regista e Gastone fanno la spola
lungo i corridoi con piccole torce nelle mani tremolanti, accompagnandoli in sala e
facendoli accomodare sulle poltroncine in cui sprofondano esausti. La sala è una caverna
vasta su cui il soffitto incombe lontano, il Golfo mistico una voragine oscura, i balconcini
sono bocche spalancate, e decine di candele accese emanano bagliori dorati dal
pavimento e dai lampadari.
Dopo un?ora la sala è piena, non arriverà nessun altro, intanto tra il Pubblico passano parole,
abbracci, lacrime, pane tolto dalle tasche.
Fabri è sul loggione: le mani sulla balaustra liscia, sapore di polvere sul palato.
Guarda giù, una superficie mobile di teste e capelli, costellazioni di lumini gialli. Annusa
l?odore che sale dal Pubblico, è il suo stesso odore, poi senza alcun preavviso, ecco la
musica. Inizia con un accenno flebile, due violini insicuri affiancati subito da un violoncello
e dal supporto del clarinetto, le note gocciolano libere nello spazio vuoto mentre il sipario
si apre a piccoli scatti.
Sul palco, il Marchese, Flora, il Barone, il fondale di legno coperto di frammenti di
vetro multicolore recuperati dalle macerie, è un mosaico laccato di luce come scaglie sul
dorso di un rettile, e ci sono altre candele le cui fiammelle guizzano al passaggio degli
attori. Violetta entra e tutto inizia ad avviarsi come un meccanismo collaudato. Da un
balcone a ridosso del palco, il Regista e il Custode manovrano due deboli coni di luce,
riflettori di fortuna, incrociandoli sulla protagonista e facendola brillare. Il suo pallore
e la sua malattia sono più che mai reali. Alfredo fa il suo ingesso zoppicando sulla gamba
sinistra, una ferita mal rimarginata, intona il Libiamo e il Pubblico si sporge dalle
poltroncine avido di una gioia che ha dimenticato, poi Alfredo e Violetta rimangono soli e
cantano di un amore enorme, palpito di un Universo disastrato. Croce e delizia di Violetta,
un corpo solo e bianco, minato dai dubbi sul suo futuro, ma qualcosa si insinua, un ronzio
che entra in risonanza con l?aria finale, storpiandola.
Tutti guardano in alto confusi, Fabri conosce bene quel suono. Aerei, e stavolta
sono molti. Violetta canta ormai a occhi chiusi escludendo qualsiasi intrusione esterna, il
Pubblico si stringe con un mormorio. Il rombo cresce sino a diventare insostenibile e
totalizzante, una grandinata di tuoni che si accumulano come le onde del mare. Il Teatro
vibra dalle fondamenta. Negli occhi di Fabri il mondo si capovolge, scosso da mani
gigantesche. Non vede più nulla.
Il soffitto cede su tutto, cortine di polvere e detriti che calano maestose, proprio
come un sipario.