TRILOGIA D’AUTUNNO: Mani, pazienza e passione. Intervista ad Anna Tondini, Marta Benini e Manuela Monti.

Bisogna salire diverse rampe di scale prima di giungere in sartoria, luogo dedito alla creazione e alla realizzazione di vere opere d’arte. Custodi e padrone di questo angolo di teatro sono tre sarte: Anna Tondini, Marta Benini e Manuela Monti. Nella stanza colma di stoffe e abiti, mentre le osservo lavorare, rivolgo loro qualche domanda, più che altro mie curiosità personali su questo affascinante mestiere per il quale ho imparato che non occorre possedere solo una grande abilità manuale ma anche molta pazienza e altrettanta passione.

Voi collaborate a tutte e tre le opere, ma ci sono costumi che preferite ad altri, e se sì, perché? Suscitano in voi qualche sensazione particolare?

A: Devo dire che i costumi di Traviata sono stati fatti qui, cioè nella sartoria del teatro. Realizzare questi costumi è stata un’emozione, fin dalla scelta dei tessuti che sono sete, quindi al tatto sono morbidi, sono delicati. È stato bellissimo poi vederli sul palcoscenico! Pensa che all’inizio lo strascico dell’abito di Violetta era di sei metri, prendeva tutta la scena, era un’emozione vederlo, era bellissimo! Era però difficile da gestire perché dava problemi alla cantante nei movimenti e quindi alla fine è stato accorciato e adesso ha uno strascico di tre metri, è comunque importante ma non è più com’era prima.

M.B.: Anna ha ragione, fa piacere creare un abito dall’inizio, lo sentiamo proprio nostro, fin dalla scelta del tessuto. Poi ci sono le prove, si sceglie se farlo doppiato o non doppiato, cioè praticamente vedi nascere una cosa: dal pezzo di tessuto fino al capo finito, come un ceramista che comincia a plasmare la creta fino ad arrivare al vaso.

Uno dei primi passi per creare un abito, da quello che ho capito, è quindi la scelta del tessuto. Quanta importanza ha questa scelta ai fini della resa finale di un capo che dovrà essere indossato sul palcoscenico?

M.B.: La scelta del tessuto vuol dire tanto perché anche se fai lo stesso capo ripetuto due volte ma con due tessuti diversi, alla fine ottieni due risultati differenti. Se il materiale è diverso, l’effetto sarà totalmente diverso anche se la lavorazione è sempre la stessa. La variante è nei tessuti. A volte, poi, il tessuto che scegli e che in un primo momento ti sembra adatto, una volta visto sul palcoscenico sotto le luci, nelle movenze, non ti convince più perché ti fa un effetto strano, allora si ricomincia da capo. Lavorare un capo per il teatro non è come lavorare il capo per la cliente a casa, la scelta del tessuto è più difficile perché ci sono più problematiche, è più faticoso.

Anna prima mi hai detto che per La Traviata sono state usate soprattutto sete, a questo punto ti chiedo perché proprio questo tessuto.

A: La scena per La Traviata è molto spoglia, di conseguenza il costumista e la regista hanno voluto costumi, e quindi tessuti, di una certa importanza. Il fatto di aver scelto le sete sicuramente è dovuto al gioco delle luci, dei riflessi che si voleva creare e che su un tessuto come la seta rende molto bene, diversamente da come potrebbe essere con un tessuto sintetico che non prende la luce e non rende niente. Per noi sarte, poi, lavorare la seta è più gratificante, sia come resa finale che al tatto: è morbida, calda… un tessuto sintetico è una cosa secca, non ti dà niente.

M.B.: Sì, più il tessuto è naturale e delicato, e più suscita una sensazione piacevole.

A proposito di sensazioni piacevoli, volevo sapere se vi suscita orgoglio e piacere, appunto, sapere che un costume realizzato da voi contribuirà a creare l’immagine di personaggi simbolo del teatro dell’opera come per esempio Violetta?

M.M.: È ovvio che quando un costume viene finito e si vede indossato il piacere c’è ma questo indipendentemente dal ruolo a cui viene assegnato. Io ti posso assicurare che noi la stessa passione la mettiamo sia per fare il costume di Violetta sia per fare quello di un mimo o di una danzatrice, perché la passione è sempre quella.