TRILOGIA D’AUTUNNO: Anche noi protagonisti! Parola ai ragazzi di Verdiweb.

Grazie al progetto Verdiweb, noi ragazzi abbiamo avuto la possibilità di diventare parte integrante della trilogia verdiana. La libertà con cui abbiamo potuto assistere alle prove, la disponibilità e la pazienza di tutti – cantanti, tecnici, musicisti – che hanno sopportato le nostre incursioni e ci hanno fatto sentire come a casa, ma soprattutto la coscienza di lavorare ad un progetto e di non essere dei semplici spettatori, hanno fatto in modo che anche noi diventassimo dei protagonisti! Ho ritenuto opportuno, per questo motivo, intervistare anche i miei compagni di viaggio, chiedendo il proprio punto di vista sulle opere in generale, come si sono relazionati ad esse (se ha influito l’essere scrittore o fotografo), cosa hanno stimolato in loro e soprattutto quali sensi hanno coinvolto maggiormente. Purtroppo non ho potuto intervistare tutti ma credo che le testimonianze di Mirko, Anna, Silvia e Martina siano sufficienti per dare un’idea di come noi ragazzi abbiamo affrontato questa splendida esperienza.

Mirko Dadich, scrittore.

Mi sono informato leggendo i libretti, ma è stata una lettura veloce, uno scorrimento d’occhi su opere di cui non conoscevo praticamente nulla a parte qualche brano ascoltato casualmente forse su Radio Rai 3.
Come scrittore ho apprezzato gli intrecci e i piccoli passi che conducono alla fine inesorabile e volendo già annunciata.
In questa esperienza ho voluto essere un occhio e nulla più. A volte mi concedevo unicamente a quell’imput, in maniera così profonda da escludere gli altri sensi: spesso non ascoltavo nemmeno la musica e me ne rendevo conto dopo svariati minuti.
Nei miei brani ho voluto rendere il teatro come entità-protagonista, prima come luogo che vive della sua presenza fisica, poi come centro attorno a cui gravitano altre storie e altre vite, non sempre quelle degli attori o degli addetti ai lavori, ma di persone la cui strada incontra questa città nella città.

Anna Bonazza, scrittrice.     

Come penso di aver dimostrato  nei brani che ho pubblicato sul sito Verdiweb.it per me sicuramente la vista è il senso più coinvolto. Per formazione e per studi sono portata ad approcciarmi all’opera soprattutto attraverso quello che vedo più che attraverso quello che sento perché di musica mi intendo molto meno di quanto mi intenda di arte, quindi per me il primo impatto è sempre quello visivo. In questo caso l’impatto visivo, fra l’altro, ha un ruolo importantissimo perché con un light designer come Vincent Longuemare, con la sensibilità della regista nei confronti dei particolari, dell’interpretazione dei personaggi, delle posizioni sul palco e anche per la stessa scenografia, è chiaro che l’atto visivo di suo, in questa messa in scena ha un’importanza enorme e quindi mi sento anche avvantaggiata con questo mio tipo di approccio. È un modo per me di avvicinarmi ad una cosa che conosco molto poco, che mi concede di farla mia, cioè di sfruttare quello che c’è ma di trasformarlo perché in qualche modo mi appartenga. Questa poi è la chiave del partecipare, dell’essere coinvolti, dell’essere commossi, cioè del muoversi assieme a Violetta, ad Alfredo, a Rigoletto, a Gilda, al Trovatore, a Leonora sul palco. Per me è una questione di associazioni mentali, cioè il modo in cui io lavoro anche nei miei testi è quello di lasciarmi trascinare dalle associazioni, e attraverso queste associazioni scoprire o riscoprire cose che con altri percorsi non mi sarebbero stati accessibili.

Silvia Tortorella, fotografa.

Il mio senso più educato è l’udito, quindi tutto quello che ho ascoltato qui in teatro è stata la prima sensazione che mi è arrivata, ovviamente la vista viene subito dopo. Anche il sentire gli odori:  l’odore del legno, l’odore del teatro che secondo me è unico, molto particolare. Però l’udito è il primo, anche perché io ho suonato e cantato un po’, anche se non avevo mai conosciuto l’opera prima di adesso, non l’avevo mai sentita dal vivo. Qui la prima è stata La Traviata, cantavano in playback durante le prove e mi sono commossa, cioè ero in un palchetto a fare delle foto e mi sono messa a piangere, eppure Violetta cantava in playback sulla base ed era totalmente una prova di regia, ma io mi sono proprio commossa! Poi in certi momenti è come tornare indietro nel tempo, soprattutto con il Rigoletto, il salto è mostruoso perché avendo una scenografia e dei costumi più tradizionali si sente proprio il salto da adesso ad allora. Sono tante cose insieme, poi tutto quello che ho sentito l’ho messo in foto, tutto, forse anche di più. Ci sono tanti contorni che raccontano quello che ho sentito, quello che ho odorato, quello che ho toccato, è tutto nelle foto. Penso che sia proprio quella la mia chiave: cercare, attraverso una fotografia, di dare agli altri tutte le informazioni che io sento affinché anche loro possano immaginarle e percepirle.

Martina Zanzani, fotografa.

In ambito fotografico questo progetto mi ha insegnato molto, e non credevo! Innanzitutto ho avuto modo di chiarire alcuni dubbi che avevo sulle impostazioni, certe situazioni non mi si erano quasi mai presentate, quindi non sapevo come gestirle bene all’inizio. Ho acquisito anche una maggior consapevolezza.. come si può dire? “Mi è migliorato l’occhio”!
L’opera io non l’avevo mai vista, né in televisione né tanto meno dal vivo… e se devo essere sincera, avevo paura fosse un po’ noiosa, una di quelle forme d’arte che non si comprendono bene, che non sento mie.
Il primo giorno siamo stati catapultati al centro delle prove. C’era Il Trovatore: Leonora così eterea, immersa nell’azzurro, con quella voce cristallina.. è stato subito come scappare dal mondo, una piccola parentesi fuori dal tempo! Questo è l’effetto che mi hanno fatto quasi tutte le prove, come essere in un altro spazio, in un respiro. Tutto il resto del teatro faceva fatica: cantare, correggere, sistemare, interpretare, dirigere, montare e via dicendo, ma io stavo lì, seduta, ad ascoltare e guardare, venivo proiettata in un ambiente completamente diverso da quello che costituisce la mia quotidianità. Era però una pace carica di sentimenti!
Mi piaceva andare in alto, nell’ultimo ordine. Lassù osservi tutto senza prenderne parte fisicamente: nessuno ti vede, o ti sente, ma tu puoi vedere e sentire proprio tutto. E le foto venivano da sé!
Penso un po’ alla fotografia come un modo sia per mostrare agli altri quello che si vede con i propri occhi in un preciso momento, sia come un modo per ricordarsi cosa si stava sentendo mentre si scattava e poterlo rivivere.
Per quanto riguarda i sensi… Attraverso l’obiettivo della macchina fotografica Vedi la realtà con un occhio abbastanza analitico, la studi e ti concentri su quello che inquadri, perciò quando inquadri Violetta che si specchia Tocchi un po’ anche tu il vetro, soprattutto quando aumenti lo zoom! Poi c’è anche l’Udito, perché comunque, a prescindere dallo strumento che stai utilizzando (telecamera,macchina fotografica o carta e penna), non puoi non udire!